• SOFIA BUCCI

    Dodici
    testo a cura di Gaia Palombo

    Dodici è un libro fotografico rilegato a mano contenente 28 polaroid e un testo poetico stampato a caratteri mobili.
    Sofia Bucci conferma così l’attenzione sui due perni complementari della sua ricerca: lo spiccato intimismo e una peculiare manifattura. Una conferma anche la struttura del libro, che invita chi ne fruisce a una specifica interattività con la carta tra aperture e vani; la stessa scelta di un titolo numerico rimanda a molteplici possibilità di lettura: invertendo le cifre è possibile ottenere un numero contrario.
    Rilevante in questo senso è l’intervento dell’antica tecnica di stampa a caratteri mobili per il testo – quest’ultimo altra presenza ricorrente nei lavori della Bucci – che non solo si collega a quella dedizione alla manualità di cui si accennava, ma fa simbolicamente eco alla qualità duttile dell’opera. È evidente come i singoli dettagli all’interno di Dodici ricoprano un ruolo altrettanto decisivo accanto all’immagine fotografica, sia sul piano concettuale che puramente estetico; tutti gli elementi concorrono a un’interazione reciproca e paritaria. E ancora, l’immaginario liquido delle polaroid, la cui chimica incerta e disfunzionale sembra inseguire un’immagine non del tutto impressionata, prova l’andamento radiale e non puramente lineare del percorso di lettura.
    L’immagine, nella sua ambiguità, fissa da un lato uno stato di disagio, dall’altro non esclude un’ipotesi di riscatto, di reversibilità. Non solo, la superficie sensibile diventa un campo di battaglia in cui una disfunzione interiore si traduce materialmente e l’elaborazione avviene, consuma. Le fotografie, come martoriate da violente manomissioni, virano su tonalità cianotiche, talune offuscate da una patina che ne rende appannati i contorni. Per Dodici è forse più corretto parlare di visioni che di immagini: una serie di sequenze manifestatesi a una coscienza irrazionale, confusa.
    I significativi versi d’apertura del testo citano: «Io sono la terra./Che non si muove./ Io sono la terra./Un sasso di carne.»; da queste parole, in accordo con le sembianze impresse su pellicola, si ravvisa un’idea persistente di natura nel tipico stile della fotografa, questa volta con un’insistenza particolare sullo squilibrio, sul malfunzionamento, sui tentativi falliti. Resta una sospensione, una condizione non conclusa, come nei versi che seguono: «Le prese si staccano dal muro. / Le crepe sugli architravi.», in cui ricorre immanente l’immagine di buchi, come interruzioni, connessioni mancate.
    Tuttavia, proprio per la presenza di tentativi e di ricerca, Dodici è il sudario di un trauma ma anche il suo opposto: una terapia d’urto attraverso la fotografia.


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